lunedì 16 giugno 2014

io

Mi ricordo le matite colorate Giotto, un regalo sempre ben gradito da me. Quelli della mia generazione, a scuola o sul tavolo da cucina, hanno conosciuto il colore (su carta) così. Poi è venuta la stagione della Bic, della penna a sfera multicolor “Carioca” e, più tardi ancora, la stagione dei pennarelli ad alcol. Un lusso, quest’ultimi, che allora non tutti si potevano permettere. Nelle cartolibrerie mi soffermo ancora adesso all’angolo dei prodotti Giotto. Mi fa piacere che ci siano ancora, considerando che tante cose di quegli anni Cinquanta sono state cancellate, spazzate via dalla storia.
Le matite colorate Giotto, come del resto i quaderni Pigna, i fogli della Fabriano, la gomma da cancellare Pelican,il barattolo di colla Coccaina (da… sniffare) mi fanno ancora compagnia. Appartengono a quell’arcipelago di cose che stanno nel tempo della vita con il garbo di chi c’è senza invadenza.
Avrei voluto fare il liceo artistico a Venezia. Ma non c’è stato verso: sono stato spedito al liceo scientifico. Al massimo, due ore di disegno ( geometrico e prospettiva…) alla settimana e qualche dose spicciola di storia dell’arte. Detto tra noi, non ho il rimpianto di non aver frequentato scuole artistiche. Per trent’anni ho fatto altro. Ho scritto, non dipinto. E questo, ora, è un grande vantaggio, perché non mi sento contaminato dalla conoscenza di questa o quest’altra tecnica pittorica. Faccio quello che sento con ignoranza tecnica ma ampia libertà creativa. Oggi stendo il colore con la stessa curiosità di quel bambino che colorava i suoi disegni – di auto e moto bizzarre, non di farfalle - con le matite Giotto. Questo penso e faccio, tutto il resto, evidentemente, è opinione, è giudizio, è punto di vista...E’, in buona sostanza, deleteria complessità.
Io visto da me
Strati di colore che si accavallano, che si intersecano. Che si nascondono e si sciolgono, che riemergono “dal sotto” per condividere tratti di superficie. Nella forma espressiva di MauMasc c’è il clandestino, il colore che scappa e (forse) ritorna, c‘è fortemente l’ingenuità (quasi) incontaminata di una libertà (ri)unita per frammenti. Il gesto pittorico dà un risultato dislessico: a tratti manifesta un linguaggio scomposto; a tratti si rifugia in segni (graffiati), in macchie (colate), in insert (di carta, gesso e vinavivil) che riflettono intervalli lirici. Pezzi, frammenti, stracci di uno spazio che, nel loro modo di porsi – su tela, legno, cartoncino- fanno intendere le dissonanze dell’istante sotto forma di segnale.
Partire è dividere. E’staccarsi.
Parte da dove, MauMasc? Lasciamo aperto l’interrogativo. Tutto è un morso, anche in MauMasc.

Nessun commento:

Posta un commento